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Galleria: Hugh Grant, storia di un sex symbol o di un “cretino fortunato, eternamente insicuro”

Hugh Grant, storia di un sex symbol o di un “cretino fortunato, eternamente insicuro”

Hugh Grant, storia di un sex symbol o di un "cretino fortunato, eternamente insicuro"
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Se dovessimo pensare a un dandy tipicamente inglese dei giorni nostri, sicuramente le prime immagini che ci verrebbero in mente sarebbero la chioma scapigliata e gli occhiali da intellettuale, posati davanti a quei grandi occhi azzurri, di Hugh Grant.

Lui, che potrebbe benissimo essere uscito da uno dei romanzi di Oscar Wilde,  in trent’anni di carriera ha saputo non solo raccontare l’amore, anche nei suoi lati più tragicomici, come in Quattro matrimoni e un funerale, ad esempio, ma anche incarnare alla perfezione un tipo moderno di eroe romantico, timido, impacciato; uno di quelli che, per dirla francamente, con le donne ci sa fare poco e niente, ma che, proprio nel suo essere imbranato, intellettuale, insomma l’antitesi delle sexy star tutte muscoli, riesce a conquistarle.

Sul set e anche fuori, dato il numero di donne che lo hanno accompagnato nella vita: a cominciare da Elizabeth Hurley, una storia importantissima durata dal 1987 al 2000; la modella lo ha praticamente “visto crescere” professionalmente, dall’esordio in Maurice, dove interpreta uno studente che confessa la propria omosessualità nella puritana Inghilterra di inizio ‘900, per cui ha vinto la  prestigiosa Coppa Volpi al festival di Venezia come miglior attore, fino alla consacrazione di Notting Hill, al fianco di Julia Roberts.

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Dopo di lei Hugh ha avuto altre due  storie importanti, quattro figli in quattro anni da due donne diverse, un vero e proprio record da playboy impenitente che, pure, non riesce a farlo risultare uno sciupafemmine, ma un affascinante gentiluomo. Hugh piace perché ha i modi di un lord d’altri tempi, lo humour brillante e mai volgare tipico di chi fa delle battute e della simpatia l’arma per nascondere la propria timidezza, che nonostante tutto esce prepotentemente, in particolare quando si parla del rapporto con i media: Hugh è restio alle interviste, non per presunzione ma proprio perché si trova a disagio con microfoni e telecamere puntate, a meno che non siano quelle di un film.

Forse è per questo che il ruolo dell’eterno insicuro gli riesce tanto bene: perché in fondo lo è anche nella vita reale, tanto che, durante una (rara) intervista concessa a Repubblica per la presentazione di Florence, nel 2016, disse:

… sono sempre insicuro e per tutta la carriera ho sempre pensato che l’ultimo mio film fosse appunto l’ultimo. Sono sempre stato la pecora nera della famiglia: mio fratello maggiore per esempio è un broker di successo, si occupa di economia e finanza, fa fare un sacco di soldi agli altri e ne fa molti per se stesso: io sono sempre stato considerato lo scemo di turno. Simpatico, sì, ma destinato a niente.

Forse, però, Hugh tende ad avere un’opinione troppo bassa di sé: la sua carriera parla di BAFTA e Golden Globe vinti, e di una serie infinita di candidature e nomination ai più importanti premi cinematografici, e il pubblico ha sempre dimostrato di amarlo e di continuare a seguirlo, anche dopo tutti questi anni.

Anche, o forse soprattutto, perché Hugh è sempre sembrato tanto, meravigliosamente, “normale”: affatto ossessionato dall’aspetto fisico, dalla giovinezza a tutti i costi, capace di accettare serenamente rughe e chili in più. Tutto questo ha fatto di lui un sex symbol amatissimo, sicuramente fuori dall’ordinario, uno che parla di se stesso come di “un cretino fortunato“, ma incredibilmente romantico ed eccezionalmente British.