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I volti delle comfort women: schiave del sesso per la gioia dei soldati

Le chiamavano comfort women, erano le schiave del sesso cinesi e coreane usate dall'esercito giapponese nella II Guerra Mondiale. Oggi un terribile filmato riporta a galla la verità, più agghiacciante di quanto si possa immaginare.

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I volti terrorizzati, le spalle al muro come a volersi proteggere, lo sguardo smarrito di chi ormai è pronta ad aspettarsi solo il peggio.

Il filmato rinvenuto dall’équipe di ricercatori sudocoreani, guidata dal professor Kang Sung-hyun della Seoul National University, ha portato a galla, dopo settant’anni di negazionismo e scontri diplomatici, una realtà agghiacciante e spaventosa che si va ad aggiungere ai già infiniti orrori della II Guerra Mondiale.

Parliamo delle comfort women, ovvero quell’esercito di donne, cinesi o coreane, messe letteralmente al servizio dei soldati giapponesi per soddisfare i loro piaceri sessuali. Donne libere ridotte al rango di schiave sessuali insomma, di prostitute. 200 mila, raccontano i numeri ufficiali o meno, quelle finite alla mercé dell’esercito del Sol Levante durante il secondo conflitto, una cifra impressionante.

Eppure, lo dicevamo poc’anzi parlando di “negazionismo”, il governo di Tokyo ha sempre faticato ad ammettere, a riconoscere lo scempio prodotto dai suoi soldati, gli stupri e le violenze ai danni di quelle donne provenienti dai paesi vicini, e solo grazie al filmato recuperato dai ricercatori di Seul siamo in grado di vedere, con i nostri occhi, una realtà a cui difficilmente adesso gli alti vertici nipponici potranno trovare una giustificazione.

18 secondi, tanto dura il “reportage” realizzato a Songshan, nello Yunnan, dalle forze alleate sino-americane impegnate a combattere l’occupante giapponese, nel settembre del 1944, con la guerra ormai agli sgoccioli. Tanto basta, però, per trasmettere al pubblico il senso di terrore di quelle donne schiacciate contro il muro, una accanto all’altra, come a volersi proteggere reciprocamente, tutto ci fa respirare la loro paura, l’angoscia di quella tragedia che, dall’alto, hanno provato a insabbiare o a minimizzare in tutti i modi. Proprio grazie al filmato, finito negli archivi americani e recuperato solo oggi, trasmesso poi da vari media USA, i ricercatori di  Kang Sung-hyun sono riusciti a confrontare i volti di quelle donne con alcune rare immagini già saltate fuori, riconoscendo, nelle foto di due di loro, due vittime, già identificate: la loro storia è già stata scoperta, e oggi confermata, e, orrore che si aggiunge a orrore, è venuto fuori che una delle due era incinta.

I volti contriti, il modo in cui si muovono, il fatto che fossero scalze: tutto conferma che si trattava di schiave.

Lo ha detto il professor Kang, come riporta Repubblica, durante una conferenza a Seul ripresa da Reuters e altri media. Ma quello sulle comfort women non è il solo filmato rinvenuto recentemente negli archivi USA: ne sarebbe infatti spuntato un altro, girato sempre nella contea di Longling, in Cina, che immortalerebbe una “fabbrica del sesso”, uno di quei capannoni dove le donne erano tenute schiave.

La controversia sulle comfort women, pagina nera della storia giapponese, era già stata oggetto di conflitti tra il governo nipponico e quello sudcoreano, i quali erano (apparentemente) stati risolti con il raggiungimento di un’intesa e il versamento di una somma pari a 8,3 milioni di dollari a titolo di “rimborso”. Anche se verrebbe più da pensare che in questo modo il premier giapponese Shinzo Abe  abbia piuttosto voluto “pagare per il silenzio” e la messa a tacere di tutta la storia l’allora presidente sudcoreana Park Geun-hye, oggi in carcere per altre questioni.

Tant’è, però, che l’accordo, soprattutto dopo la comparsa del terribile filmato, sembra non soddisfare più nessuno, e che il neo presidente coreano Moon Jae-in sia riuscito a farsi eleggere proprio in virtù, fra le altre cose, della sua promessa ad impegnarsi per rinegoziare quell’intesa con Tokyo.

Da parte sua, il Giappone è già insorto alla richiesta, mossa da Un Kyu-sok, battagliera esponente del comune di Seul, che l’Unesco riconosca la vicenda delle comfort women “Per tenere alta la memoria dell’orrore”.

È contro l’obiettivo di promuovere l’amicizia e la comprensione dei popoli.

Hanno fatto sapere i vertici giapponesi, cosa che renderà il soddisfacimento della richiesta di Un Kyu-sok da parte dell’ONU piuttosto complesso.

Certo ognuno dei paesi coinvolti cerca di portare avanti la propria versione, e questo è comprensibile. Ma ci sono situazioni in cui, oggettivamente, la cosa più saggia da fare è solo chinare la testa e chiedere perdono.

Gli sguardi atterriti di quelle donne, costrette a prendere parte, a modo loro, a una guerra che non avevano cercato né voluto, pagando spesso con la loro stessa vita alla pari degli uomini impegnati in battaglia, non possono e non devono essere dimenticati. Né comprati, con nessuna cifra.