Addio a Ulay, che con Marina Abramović trasformò una storia d'amore in arte | Roba da Donne

Ulay è morto. L’artista, nato Frank Uwe Laysiepen a Solingen, in Germania, grande amore di Marina Abramović, se n’è andato. Con lei si rese protagonista di una scena memorabile e talmente intensa da far venire le lacrime agli occhi.

È il 2010: l’artista Marina Abramović sta realizzando una performance dal vivo come parte della sua retrospettiva al MoMA, The Artist is Present, in cui per un minuto degli sconosciuti possono sedersi di fronte a lei, avvolta in un lungo abito rosso, per condividere sessanta secondi di silenzio.

Ma, durante la prima giornata di performance, Marina si è trovata a gestire una situazione che non si sarebbe mai aspettata; alzando gli occhi, di fronte a sé ha trovato Ulay, l’artista che per 12 anni è stato suo compagno e che, al momento dell’incontro, non rivedeva da vent’anni.

Solitamente fredda e imperturbabile, persino quando, negli anni ’70, lascio che il suo corpo venisse usato come un oggetto da degli sconosciuti, stavolta Marina si lascia andare all’emozione, quando i suoi occhi, incrociando quelli del grande amore di una vita, si riempiono di lacrime, e le sue mani si allungano sul tavolo a stringere quelle dell’uomo.

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E, in effetti, quella tra Marina e Ulay è stata una passione travolgente, lancinante, resa unica dal comune amore per l’arte, per le performance particolari, per quello spirito anticonformista che così a lungo li ha resi un solo corpo e una sola anima.

Nati entrambi il 30 novembre, ma in anni diversi, lei nel 1946, serba di Belgrado e lui nel 1943, tedesco, si conobbero ad Amsterdam nel 1976; all’epoca Ulay portava barba e capelli lunghi da un lato, mentre sull’altro era rasato a zero. Fu amore a prima vista, e il loro sentimento si tramutò anche in un sodalizio artistico, The Other, che per più di un decennio regalò al mondo performance spettacolari e creative, sempre nel solco della nascente Performance Art, in cui il corpo e le sue massime rappresentazioni sono il vero strumento di lavoro.

Relation in space, l’attrazione reciproca (1976)

Presentata in un ex magazzino della Giudecca, la performance è ispirata al meccanismo del pendolo di Newton, in cui due sfere oscillando l’una verso l’altra si scontrano e si respingono ritmicamente. Così, Abramović e Ulay, durante la perfomance, prendono la rincorsa e vanno l’uno verso l’altra.

Imponderabilia, che ha costretto gli spettatori a superare l’imbarazzo (1977)

Con Imponderabilia, del 1977, invece, scandalizzarono il pubblico della Galleria Comunale d’Arte Moderna di Bologna, costringendo il pubblico a entrare nel museo oltrepassando i loro corpi completamente nudi, contro cui i visitatori si trovavano giocoforza, essendo lo spazio estremamente ridotto.

Breathing in/breathing out, come un uomo può distruggere l’altro (1977-78)

Tra le loro performance estreme da annoverare anche questa, portata in scena a Belgrado nel ’77 e un anno dopo ad Amsterdam , il cui senso era mostrare quanto l’uomo sia capace di assorbire e distruggere la vita altrui. I due, dopo aver fumato delle sigarette, unirono le labbra respirando l’aria espulsa dall’altro, fino a terminare l’ossigeno a disposizione. Caddero a terra privi di sensi dopo solo 17 minuti.

Rest Energy, l’equilibrio alla base della coppia (1980)

In Rest Energy del 1980, a unirli e separarli allo stesso tempo c’era un arco teso: lei lo impugnava, lui teneva tesa la freccia puntata sul suo cuore. La minima esitazione sua o di Marina avrebbe segnato la fine, nella rappresentazione simbolica dell’equilibrio e del bilanciamento dei ruoli che dovrebbe essere alla base di una relazione di coppia.

Il corpo immenso di Marina Abramovic

Ma una performance fu anche la fine della loro storia.

L’addio con The Great Wall: Lovers at the Brink (1988)

Nel 1988, quando la loro relazione era ormai giunta al capolinea, Marina e Ulay decisero di camminare ognuno ai due estremi opposti della Grande Muraglia Cinese, incontrandosi poi a metà strada. L’avvenimento prese il nome di The Great Wall: Lovers at the Brink, e la BBC ne fece un documentario. Occorsero otto mesi, durante i quali Ulay si innamorò dell’interprete, mettendola incinta, novanta giorni di viaggio e 2500 km, con Marina partita dall’estremità orientale, chiamata Testa del Dragone, e Ulay da quella occidentale, la provincia del Gansu. Nel momento del ritrovo, Ulay chiese a Marina “Che cosa devo fare adesso?”. Lei rispose “Non lo so, ma io me ne vado”.

E ad andarsene, oggi, è proprio lui, Ulay, morto a 76 anni a Lubiana, in Slovenia, dove viveva da più di un decennio. Era malato di cancro dal 2011, e nello stesso anno il regista Damjan Kazole realizzò “Project Cancer” per raccontare la sua vita con la malattia.

Articolo originale pubblicato il 9 Luglio 2015

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